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Noi siamo mennoniti. Per quel che ne so, è la sottosetta più sfigata a cui si possa appartenere a sedici anni. Cinquecento anni fa, in Europa, un tizio di nome Menno Simons si è messo di buzzo buono per inventarsi una religione tutta sua (…) Immaginate il ragazzo più disadattato della scuola che mette su un movimento separatista; il suo manifesto mette al bando i mezzi di informazione, il ballo, il fumo, i climi temperati, il cinema, gli alcolici, il rock and roll, il sesso a scopo ricreativo, il nuoto, il trucco, i gioielli, il biliardo, le gite in città e l'andare a dormire dopo le nove. Ecco, quello è Menno fatto e finito. Grazie tante, Menno.
Nomi ha sedici anni, e ha sempre vissuto all'interno di una comunità mennonita. Si tratta di una comunità chiusa, che rifiuta qualunque contatto con la modernità: niente automobili, niente energia elettrica (con tutto quello che segue), niente comodità, lussi, piaceri mondani, nessun contatto con il mondo esterno. Tutti indossano gli stessi vestiti, che ricordano quelli delle campagne dell'Ottocento, e vivono giorni tranquilli, senza ansie da prestazione. Forse troppo tranquilli, però. Infatti, prima la sorella maggiore, poi la madre di Nomi si sono fatte improvvisamente di fumo, partite per chissà dove e chissà con chi, senza lasciare tracce, lasciandola sola col padre, sempre più chiuso in se stesso. E mentre tante persone da fuori osservano la vita dei membri della comunità come in uno zoo, lei si sente sempre più un animale in gabbia, con i sogni che iniziano a spingere, e il corpo che vuole la sua parte.

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