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Se mi si chiedesse quando esattamente ho imparato a giocare a scacchi, non saprei rispondere. A me sembra di aver sempre saputo giocare, anzi di aver giocato in tempi e in luoghi assai remoti. Ciò che dovevo ancora apprendere semmai erano le regole imposte in questo secolo, e su questo pianeta. 
È un giallo molto particolare e intelligente, che mette in scena bambini prodigio, geniali duelli psicologici e tremendi avvenimenti storici. Sin dall'inizio un uomo ci confessa di essere il responsabile della morte di un anziano appassionato di scacchi, che noi sappiamo però essere morto suicida. L'uomo solitario si trova al centro di un duello a scacchi che va oltre la pura competizione: è lo scontro di due vite consumate dall'ossessione. L'arrivo di un avversario enigmatico riapre ferite antiche e riporta in superficie rancori e segreti sepolti, mentre battute laconiche e piccole tracce svelano indizi sul passato dei due sfidanti. 
La partita, fatta di mosse lente e ponderate, diventa il mezzo attraverso cui emergono segreti nascosti e vecchi conti in sospeso: ogni mossa scopre un pezzetto di storia, ogni sacrificio sul tavolo di gioco riflette scelte e tradimenti vissuti fuori dalla scacchiera, fino a trasformare il confronto in una resa dei conti totale. 

Commenti

Avatar coccoo
10/01/2026 20:15
2ASA - Liceo "Andrea Maffei", Riva del Garda (TN)
Il libro all'inizio non mi è piaciuto molto, perché difficile da capire. Questo soprattutto per la struttura, perché non seguiva un ordine cronologico, ma mischiava presente e passato, quindi ogni volta dovevo collegare i vari eventi. Poi però ho iniziato a prenderci la mano. La cosa che mi è piaciuta di più è che l'autore, Paolo Maurensig, ha usato gli scacchi come simbolo e non come solo un gioco in sé. Gli scacchi rappresentano il modo di pensare dei personaggi, ad esempio per Hans Meyer le persone sono delle pedine, alcune hanno importanza mentre altre possono essere sacrificate per vincere. Per questo Hans non è uno dei miei personaggi preferiti. Quello che mi piace di più è Abel, perché ha vissuto momenti difficili e per questo fin dall'inizio mi ha fatto pena, ma allo stesso tempo l'ho ammirato, perché ha usato la sua intelligenza non per sminuire qualcuno, ma per difendersi e resistere; non potendo usare la forza, usa la mente per non farsi distruggere psicologicamente. Riflettendo sul libro ho capito che l'intelligenza è un'arma e che può essere sfruttata per controllare e distruggere gli altri. Se però l'intelligenza diventa un'ossessione, può distruggere una persona, arrivando al punto di togliersi la vita. Infine consiglierei questa lettura a chi vuole qualcosa di diverso dal solito, a chi piace quando il libro gioca con il tempo ed a chi è disposto a riflettere in particolare sulla psicologia delle persone.
Avatar lollogiova10
07/01/2026 14:51
2ASA - Liceo "Andrea Maffei", Riva del Garda (TN)
Leggere questo libro è stato come finire in una trappola mentale. All'inizio, pensavo di trovarmi davanti a una semplice storia sul mondo degli scacchi, ma andando avanti, mi sono accorto che sotto la superficie c'era qualcosa di molto più profondo e un po' inquietante. La sensazione principale che mi ha accompagnato è stata una tensione costante. Sembrava che fossi seduto al tavolo da gioco, e ogni parola sulla pagina rappresentasse una mossa decisiva su una scacchiera, dove l'errore non è ammesso. Il senso di ossessione che tormenta i personaggi mi ha colpito molto. L'autore riesce a farti capire come una passione possa diventare una sfida spietata, dove l'altro non è un avversario ma un nemico da annientare. Questa lettura mi ha trasmesso uno strano freddo, un gelo interiore, vedendo come la logica e l'intelligenza possa diventare uno strumento di cattiveria. Verso il finale, ho provato un mix di malinconia e stupore. È una storia che ti costringe a riflettere su quanto il passato, anche brutto, possa influenzare il presente su ogni nostra scelta. Ho capito che la vita, proprio come una partita a scacchi, è fatta di sacrifici necessari e pazienza. Mi ha lasciato la consapevolezza che, a volte, la vittoria finale non ti tranquillizza, ma ti porta in un circolo vizioso abbastanza negativo.